Investire nel futuro: giovani, innovazione e capitale umano

di Fabio Panetta
Governatore della Banca d'Italia
Inaugurazione dell'anno accademico 2025-26 dell'Università degli Studi di Messina
Messina
15 gennaio 2026

È con piacere che intervengo all'inaugurazione dell'anno accademico 2025-26 dell'Università degli Studi di Messina. Ringrazio la Magnifica Rettrice per il gentile invito e saluto le studentesse e gli studenti, il Corpo accademico e il personale dell'ateneo.

Le università sono tra le istituzioni più longeve e preziose della nostra società. Gaetano Salvemini, che in questo ateneo ha insegnato a lungo, ne sottolineava il ruolo fondamentale non solo come comunità di insegnamento e ricerca, ma anche come luogo di confronto libero e di formazione alla responsabilità civile, elementi essenziali della vita democratica1. La loro funzione non si esaurisce, dunque, nella produzione del sapere: consiste anche nel renderlo utile al progresso economico e sociale.

Oggi questa funzione è più importante che mai. Viviamo una fase segnata da profonde trasformazioni tecnologiche, geopolitiche e demografiche, che richiedono capacità di interpretazione e di governo del cambiamento.

Non conta solo crescere. Conta anche come si cresce. La sfida è promuovere uno sviluppo sostenibile, capace di coniugare il progresso scientifico ed economico con la coesione civile, la libertà individuale e la giustizia sociale.

L'università è chiamata a dare un contributo essenziale, innanzitutto attraverso la formazione di capitale umano di elevata qualità.

Ho scelto di affrontare questi temi a Messina, in Sicilia. Per la sua storia e la sua collocazione geografica, quest'area è da sempre un crocevia di civiltà, culture e scambi nel Mediterraneo. È anche un territorio in cui emergono con evidenza alcune difficoltà di crescita che riguardano l'intero Paese.

Da qui muoveranno le mie considerazioni.

1. Un'economia in miglioramento ma con nodi strutturali

Negli ultimi anni l'economia italiana ha mostrato una capacità di adattamento che ha sorpreso molti osservatori.

Questo risultato è maturato al termine di una fase lunga e complessa. Dall'inizio degli anni duemila, il sistema produttivo italiano ha dovuto confrontarsi con trasformazioni radicali - dalla crescente concorrenza internazionale alla rivoluzione digitale - attraversando, al contempo, shock di portata eccezionale. La doppia recessione del 2008 e del 2011, la pandemia e la crisi energetica hanno messo a dura prova le imprese, i lavoratori e le finanze pubbliche.

Queste tensioni hanno avviato un processo di ristrutturazione da cui sono emerse imprese più solide, più capitalizzate e più redditizie2. Puntando sulla qualità dei prodotti e beneficiando di una dinamica contenuta del costo del lavoro, il sistema produttivo è rimasto competitivo a livello globale; in diversi casi, le aziende hanno rafforzato la propria presenza sui mercati internazionali dei beni (fig. 1).

Figura 1

Competitività internazionale dell'Italia

Il grafico confronta l’andamento delle esportazioni di beni dei principali paesi dell’area dell’euro tra il 2014 e il 2024 e mostra la variazione delle quote di mercato dell’Italia sul commercio mondiale di beni per settore nello stesso periodo.

Fonte: elaborazioni su dati Eurostat, Istat e Trade Data Monitor.

(1) Le quote di mercato sono calcolate a prezzi e cambi correnti.

Nel quinquennio 2020-24, anche con il sostegno della politica fiscale, l'economia italiana ha registrato ritmi di crescita superiori a quelli del decennio precedente e in linea con la media dell'area dell'euro3.

L'occupazione ha oggi raggiunto i livelli più alti di sempre e il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è aumentato in misura significativa. Il sistema bancario, che solo dieci anni fa rappresentava un fattore di vulnerabilità, oggi è nel complesso solido, ben capitalizzato e redditizio.

La sorpresa più significativa è venuta dal Mezzogiorno. Dopo la pandemia, il PIL delle regioni meridionali è cresciuto di quasi l'8 per cento, oltre 2 punti in più rispetto al Centro Nord. In termini pro capite, l'espansione ha superato il 10 per cento, quasi il doppio del resto del Paese. L'occupazione è aumentata del 6 per cento, oltre due volte l'incremento osservato nelle regioni centro-settentrionali. Sono segnali importanti, che lasciano sperare nella possibile ripresa del processo di convergenza interrottosi ormai da mezzo secolo.

Questi progressi non vanno sottovalutati. Tuttavia, non sono sufficienti a superare le fragilità strutturali accumulate nel tempo e a garantire il ritorno su un sentiero di sviluppo duraturo, per il Mezzogiorno e per l'Italia nel suo insieme.

La crescita si è recentemente indebolita, come in altri paesi europei. Le esportazioni sono frenate dalle tensioni geopolitiche e dalla frammentazione del commercio mondiale, mentre la domanda interna fatica a trainare il PIL. Le previsioni per il medio termine - incluse quelle del Governo e dei principali analisti - prefigurano una crescita modesta nei prossimi anni e riportano in primo piano le debolezze strutturali dell'economia italiana.

La produttività ristagna da un quarto di secolo; la capacità di innovare resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica. Questi freni alla crescita si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole, che da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, soprattutto delle donne e dei giovani.

Dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia4.

Su questo andamento ha inciso in modo rilevante lo shock inflazionistico conseguente alla crisi energetica. Oggi in Italia i prezzi al consumo sono più alti del 20 per cento rispetto al 2019. Le retribuzioni nominali di fatto sono cresciute del 12, con una riduzione in termini reali di 8 punti percentuali. Negli altri principali paesi europei la perdita iniziale è stata invece riassorbita.

Da noi, tuttavia, la politica fiscale e la crescita dell'occupazione hanno compensato la perdita di potere d'acquisto delle famiglie. Dal 2021, gli sgravi fiscali - soprattutto a favore dei redditi medio-bassi - hanno aumentato le retribuzioni nette di 5 punti percentuali, riducendo la perdita in termini reali a 3 punti. In parallelo, è cresciuto il numero dei percettori di reddito da lavoro, in particolare tra i nuclei familiari più fragili5; tenendo conto di questo effetto e dei trasferimenti pubblici, il reddito reale disponibile delle famiglie è tornato sui livelli precedenti lo shock inflazionistico, compensando l'erosione del potere d'acquisto e il drenaggio fiscale6.

Guardando avanti, la crescita dei redditi non potrà però poggiare in modo permanente sulla politica fiscale. I margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono fornire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali. Aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro.

Occorre uno sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, in grado di sostenere salari più elevati e migliori prospettive di lavoro. Lo impongono le trasformazioni dell'economia mondiale. Lo rende necessario il vincolo demografico di un paese che invecchia rapidamente e in cui i giovani che entrano nel mercato del lavoro saranno sempre meno numerosi.

Secondo le ultime proiezioni demografiche, entro il 2050 l'Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa7. Anche ipotizzando un ulteriore aumento della partecipazione al mercato del lavoro, l'Istat stima una riduzione delle forze di lavoro di oltre 3 milioni. Come ho ricordato in passato8, senza un'adeguata crescita della produttività lo squilibrio demografico si tradurrà inevitabilmente in una riduzione del PIL e del benessere complessivo9.

Il vincolo demografico è, dunque, cruciale. È una questione complessa, che va affrontata su più piani.

Richiede anzitutto di accrescere la partecipazione alla forza lavoro, in particolare di donne e giovani: nonostante i progressi compiuti dall'inizio del secolo, rimangono ampi margini di miglioramento. Richiede inoltre un'attenta politica nei confronti dell'immigrazione regolare. Richiede poi di gestire le conseguenze economiche e sociali di una popolazione che invecchia. Chiama infine in causa la bassa natalità che, come ricordato di recente dal Presidente della Repubblica, solleva interrogativi sull'idea di società e di economia che vogliamo costruire nel lungo periodo10.

In questo contesto, l'investimento in capitale umano diventa decisivo per affrontare le sfide del futuro e rafforza ulteriormente il ruolo dell'università.

Per la sede in cui mi trovo oggi e per la presenza di molti giovani, mi soffermerò sui temi della natalità e della formazione, senza per questo sminuire la rilevanza degli altri, che ho peraltro trattato in precedenti occasioni11.

2. Il vincolo demografico e la bassa natalità

Il miglioramento delle condizioni di salute, l'aumento della speranza di vita e il rapido calo della natalità stanno determinando un invecchiamento della popolazione non solo nei paesi avanzati, ma anche in molte economie emergenti dell'Asia e in America latina. L'Italia è tra i paesi che invecchiano più rapidamente, seconda solo al Giappone (fig. 2).

Le pressioni sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del sistema di welfare e sulle reti familiari sono già visibili e destinate ad aumentare.

Figura 2

Rapporto di dipendenza degli anziani

Il grafico raffigura l’andamento del rapporto di dipendenza degli anziani (65+ ogni 100 individui 15–64) per macroarea italiana (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud, Isole): valori storici tra il 2002 e il 2024 e proiezioni dal 2025 al 2050.

Fonte: elaborazioni su dati Nazioni Unite.

Particolarmente colpite sono le aree interne del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno (fig. 3). In questi territori l'invecchiamento della popolazione è amplificato dalla mobilità dei giovani, che sempre più spesso si trasferiscono nelle grandi aree urbane - in Italia e all'estero - alla ricerca di migliori opportunità economiche, di contesti sociali più dinamici e di servizi pubblici più adeguati12.

Figura 3

Rapporto di dipendenza degli anziani nelle macroaree italiane

(numero di individui con almeno 65 anni ogni 100 individui di età tra i 15 e i 64 anni)

Il grafico mostra l’andamento del rapporto di dipendenza degli anziani per le cinque macroaree italiane dal 2003 al 2050.

Fonte: elaborazioni su dati Istat.

Se vivere più a lungo e in salute è certamente una conquista, la bassa natalità rappresenta una criticità rilevante13. Nel 2024 il numero di nuovi nati in Italia è sceso a 370.000 unità, il livello più basso dal dopoguerra; dati preliminari indicano che il 2025 potrebbe chiudersi su valori ancora inferiori (fig. 4).

Figura 4

Numero di nascite in Italia

(migliaia di nuovi nati per anno)

Il grafico riporta il numero di nascite annuali in Italia (in migliaia), dal 1970 al 2024.

Fonte: Istat.

Nel nostro paese, il tasso di fecondità nel 2024 è sceso al minimo storico di 1,18 figli per donna; valori simili erano stati osservati a metà degli anni novanta (fig. 5)14. La drastica riduzione del numero di donne nate in quegli anni - e oggi in età riproduttiva - rappresenta la principale causa del recente calo delle nascite, che risultano attualmente circa 170.000 in meno rispetto a trent'anni fa.

Figura 5

Tassi di fecondità in Italia e in Francia

(numero di figli per donna lungo la vita riproduttiva)

Il grafico descrive l’andamento del tasso di fecondità totale (numero medio di figli per donna) in Italia e in Francia dal 1952 al 2024.

Fonte: Istat e INSEE.

Le scelte di genitorialità sono influenzate da fattori di natura sia culturale sia economica. Tra di essi vi sono la maggiore attenzione all'autonomia personale e all'autorealizzazione15, la percezione che avere figli possa nuocere alla carriera e le difficoltà nel trovare soluzioni abitative adeguate16.

Sono elementi comuni a molte economie. Da noi, tuttavia, la situazione è complicata dalla carenza di adeguati servizi e politiche per l'infanzia, dall'instabilità lavorativa dei giovani e dalla persistente disparità nella divisione dei compiti di cura, che continuano a gravare prevalentemente sulle donne17.

Le politiche pubbliche possono attenuare il declino della natalità, pur sapendo che i loro effetti si manifesteranno solo nel medio e lungo periodo.

Gli interventi in questa direzione costituiscono investimenti ad alto rendimento sociale. È il caso dei servizi educativi per la prima infanzia, che migliorano il percorso formativo dei bambini18 e facilitano la partecipazione di entrambi i genitori al mercato del lavoro.

Occupazione femminile e fecondità non sono in contraddizione. Al contrario, possono rafforzarsi reciprocamente, come mostra l'esperienza dei paesi con i più alti tassi di partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In Francia, ad esempio, i livelli di fecondità sono da anni superiori ai nostri, pur a fronte di una partecipazione femminile più elevata di 13 punti19. Un legame positivo emerge anche in Italia: le regioni in cui la partecipazione delle donne è più alta sono anche quelle con i livelli di fecondità più elevati20.

Anche gli interventi monetari di sostegno al reddito contribuiscono ad alleviare i costi legati alla crescita dei figli, soprattutto per le famiglie meno abbienti, pur avendo in media un impatto più contenuto sulla fecondità21.

Negli ultimi anni in Italia sono state adottate misure significative in tal senso: dal bonus asili nido alla riforma dell'assegno unico universale, che ha aumentato le risorse disponibili per le famiglie con figli e semplificato il sistema. Più di recente sono stati effettuati ulteriori interventi, tra cui una decontribuzione per le donne con più figli e l'estensione dei congedi parentali22.

Altro resta da fare, in particolare per rafforzare gli strumenti esistenti e potenziare la rete degli asili nido, mantenendo scelte di bilancio che non compromettano il percorso di riduzione del disavanzo già avviato.

Si tratta di interventi complessi, che richiedono tempo - almeno due decenni - per produrre effetti visibili. Ma questo non deve scoraggiarne l'avvio: le politiche di lungo periodo determinano benefici significativi, se attuate con continuità. Se dagli anni novanta, grazie a misure adeguate per la natalità, la fecondità italiana fosse rimasta su livelli simili a quelli francesi, oggi avremmo 75.000 nascite in più ogni anno23.

In Francia, proprio per assicurare continuità e coerenza a politiche di così lungo periodo, è attivo da decenni un istituto pubblico dedicato allo studio della popolazione, che fornisce sostegno analitico stabile alle decisioni del governo24. In Italia è stata di recente istituita una Commissione parlamentare incaricata di esaminare gli effetti economici e sociali della transizione demografica e di avanzare proposte. È importante che questo lavoro di analisi si sviluppi nel tempo e contribuisca al dibattito e alle scelte di politica economica e sociale.

3. Innovazione e capitale umano: il ruolo dell'università

Alla luce dei vincoli demografici, una crescita stabile deve poggiare su un innalzamento della produttività. Ciò richiede investimenti in innovazione e capitale umano, due ambiti in cui l'università svolge un ruolo centrale.

L'innovazione si alimenta innanzitutto con la ricerca di base. In questo campo le università e gli altri enti di ricerca italiani conseguono già oggi risultati eccellenti. Negli ultimi quindici anni la produzione scientifica nazionale25 è aumentata in modo considerevole; quella di qualità più elevata, misurata dal numero di citazioni nelle pubblicazioni internazionali, è oggi superiore a quella della Francia e non distante da quella della Germania (fig. 6).

Figura 6

Pubblicazioni di qualità in campo scientifico

(numero di pubblicazioni per anno)

Il grafico mostra l’andamento delle pubblicazioni di qualità in campo scientifico, ovvero quelle nel 1° decile in termini di numero di citazioni, per Paese dal [2008] al [2024].

Fonte: elaborazioni su dati OCSE.

(1) Le pubblicazioni di qualità sono quelle incluse nel 1° decile in termini di numero di citazioni, e si riferiscono alle discipline delle scienze, della tecnologia, dell'ingegneria e della matematica (science, technology, engineering and mathematics, STEM).

Più debole risulta invece la capacità di trasferimento tecnologico, ossia l'insieme di attività che trasformano i risultati della ricerca in processi innovativi, brevetti, beni e servizi competitivi sui mercati globali26. Come ha ricordato il premio Nobel per l'economia, Joel Mokyr, l'innovazione nasce dall'incontro tra conoscenza scientifica e competenze tecniche: rafforzare questo legame consentirebbe alla ricerca italiana di tradursi più efficacemente in crescita e creazione di valore per il nostro paese.

L'innovazione richiede quindi una base ampia di capitale umano di alta qualità. La ricerca di frontiera, il trasferimento tecnologico e l'adozione delle nuove tecnologie nei processi produttivi dipendono dalla capacità di tradurre il sapere scientifico in applicazioni concrete. Solo in presenza di una forza lavoro adeguatamente preparata il progresso tecnologico può tradursi in un aumento duraturo della produttività27.

Formare i giovani è un investimento ad alto rendimento per la società. Un'ampia letteratura teorica indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un'economia28. Le evidenze empiriche confermano che i paesi in cui l'istruzione della popolazione progredisce più rapidamente registrano tassi di crescita più elevati29.

Inoltre, una formazione universitaria di alto livello stimola lo sviluppo locale. Nelle scelte di insediamento, le imprese di successo tendono a privilegiare territori dotati di un sistema universitario di qualità, che facilita il reperimento di laureati da inserire nei processi produttivi.

Questo è quanto si osserva sempre più spesso anche in Italia, soprattutto in alcune aree urbane del Mezzogiorno. La disponibilità di capitale umano qualificato, la possibilità di interagire con gli atenei e l'accelerazione della digitalizzazione nel periodo post-pandemico hanno indotto imprese attive nei servizi tecnologici avanzati ad aprire sedi nel Mezzogiorno. Ciò ha generato occupazione anche in altri comparti e ha innalzato la produttività nei territori interessati, favorendo l'adozione di tecnologie innovative e la diffusione della conoscenza30.

L'esperienza mostra che, quando un'economia non dispone di professionalità adeguate, il progresso tecnologico tende ad ampliare le disuguaglianze: i lavoratori con competenze più elevate ne traggono beneficio, mentre quelli con livelli di istruzione più bassi rischiano di rimanere indietro. La tecnologia diventa quindi un fattore di inclusione solo se incontra una forza lavoro preparata a utilizzarla31.

Da noi, tuttavia, le risorse pubbliche destinate all'istruzione sono meno del 4 per cento del PIL, quasi un punto in meno della media dell'Unione europea e il livello più basso tra le principali economie dell'area dell'euro.

Metà del divario rispetto al resto della UE riflette il minore investimento nell'istruzione universitaria. L'Italia è l'unico grande paese europeo in cui la spesa pubblica per studente universitario risulta significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore; negli altri paesi, al contrario, l'investimento per studente cresce con il livello di istruzione32.

Un adeguamento della spesa per la formazione universitaria rafforzerebbe la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all'attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale.

4. La domanda di istruzione universitaria e il suo rendimento

Un sistema universitario più solido e competitivo attrarrebbe un numero maggiore di studenti, contribuendo nel tempo a ridurre il ritardo nel numero di laureati che separa l'Italia dagli altri principali paesi europei.

Negli ultimi due decenni, la quota di giovani con un titolo universitario è cresciuta in modo significativo, fino a raggiungere il 30 per cento; resta tuttavia inferiore di 10 punti rispetto alla Germania e di 20 rispetto alla Francia.

A questo divario contribuisce l'elevata incidenza degli abbandoni: un diplomato su due intraprende studi universitari, ma tra gli iscritti uno studente su quattro interrompe il percorso prima della laurea. È una quota troppo elevata, sebbene in forte calo rispetto a vent'anni fa. Tra i fattori che scoraggiano il proseguimento degli studi vi è la lunga durata dei percorsi universitari: in Italia la laurea viene ottenuta in media a 24 anni e mezzo33, un'età tra le più elevate nei paesi avanzati34.

Più in generale, la decisione di compiere un percorso di studi universitari è fortemente influenzata dalle prospettive di reddito e di carriera. Da noi, l'ingresso nel mondo del lavoro dopo la laurea richiede tempi lunghi e, rispetto agli altri paesi europei, i giovani laureati faticano a trovare un lavoro stabile, coerente con le proprie competenze e adeguatamente remunerato.

Ne risente il rendimento dell'istruzione universitaria: un laureato trentenne guadagna oggi solo il 20 per cento in più di un coetaneo diplomato, un differenziale nettamente inferiore a quello degli altri principali paesi europei.

Questa debolezza dei rendimenti riflette in parte le limitate opportunità che il sistema produttivo offre ai lavoratori altamente istruiti35. Come venticinque anni fa, la maggior parte delle assunzioni di laureati continua a concentrarsi nel settore pubblico, soprattutto nella scuola e, dopo la pandemia, nella sanità (fig. 7).

Figura 7

Settore di occupazione dei laureati tra i 22 e i 34 anni

(valori percentuali)

Il grafico mostra la distribuzione dei laureati tra i 22 e i 34 anni, per settore di occupazione nel 2000 e nel 2024.

Fonte: elaborazioni su dati Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro.

Alla base di questi problemi vi sono la bassa intensità tecnologica e la peculiare specializzazione settoriale della nostra economia, che continuano a riflettersi in una dinamica deludente della produttività e dei salari.

5. Trattenere e attrarre giovani talenti

Il basso rendimento della formazione universitaria in Italia spinge un numero crescente di giovani laureati a emigrare all'estero, un fenomeno che interessa anche il Nord del Paese. Negli anni più recenti, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all'estero36, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza.

Questo andamento non sorprende. Un giovane laureato in Germania guadagna in media l'80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento (fig. 8). Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni.

Figura 8

Rapporto tra i redditi dei laureati all'estero e in Italia e flussi di emigrazione dei laureati italiani

(laureati con meno di 39 anni; rapporto tra i redditi mensili aggiustati per PPP; flussi di emigrati annui in migliaia)

Il grafico riporta l’andamento tra il 2012 e il 2024 del rapporto tra i redditi dei laureati con meno di 39 anni in ciascuno di tre paesi (Germania, Francia e Spagna) e quelli in Italia e i flussi migratori dei laureati con meno di 39 anni dall’Italia a ciascuno dei tre paesi (scala di destra).

Fonte: elaborazioni su dati EU-SILC ed Eurostat.

(1) Media biennale del rapporto tra le retribuzioni nell'anno di riferimento e in quello precedente. I redditi si riferiscono al solo lavoro dipendente e tengono conto del numero di mesi lavorati. - (2) Scala di destra.

Ma le differenze retributive non sono l'unica determinante della scelta di lasciare l'Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici. A queste motivazioni si aggiungono spesso preferenze per contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine37.

Questa mobilità favorisce l'accumulazione di esperienze e arricchisce il bagaglio culturale individuale. Quando, però, l'emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l'intera collettività.

Vengono così a mancare risorse altamente qualificate, che potrebbero contribuire in modo decisivo al balzo tecnologico richiesto al nostro sistema produttivo, anche attraverso l'avvio di iniziative imprenditoriali innovative38.

Questa perdita non è compensata dall'arrivo di giovani stranieri con un analogo livello di qualificazione. Tra i principali paesi, l'Italia è quello con la quota più bassa di immigrati laureati. In un contesto in cui la competizione globale per attrarre talenti è divenuta intensa, questo rappresenta un ulteriore elemento di fragilità (fig. 9).

Figura 9

Distribuzione per titolo di studio della popolazione residente nata all'estero

(25-64 anni; valori percentuali)

Il grafico riporta la distribuzione percentuale per livello di istruzione (secondaria inferiore, diploma di scuola superiore, terziaria) della popolazione residente nata all’estero in Canada, Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Italia.

Fonte: Eurostat (European Union Labour Force Survey 2024) per Italia, Francia, Germania e Spagna; OCSE (Adults' educational attainment distribution, by country of birth, age group and gender, 2023) per Canada, Regno Unito e Stati Uniti.

Le università possono svolgere un ruolo importante anche su questo fronte, attraendo studenti dall'estero. Le ricadute positive possono essere rilevanti nel lungo periodo, soprattutto se una parte significativa di questi studenti sceglie di rimanere in Italia dopo la laurea, contribuendo anche alla dinamica demografica.

È quanto avviene negli altri principali paesi europei. In Francia e in Germania gli studenti stranieri rappresentano oltre il 10 per cento del totale; nei Paesi Bassi il 18, nel Regno Unito il 23. In Italia la quota è inferiore al 5 per cento. In questo contesto, il fatto che all'Università di Messina gli studenti internazionali raggiungano il 10 per cento degli iscritti rappresenta un segnale significativo e un'esperienza da valorizzare.

Conclusioni

Un sostegno mirato alle famiglie e all'istruzione genera elevati ritorni economici e sociali. Gli interventi possono essere attuati gradualmente, preservando una gestione prudente delle finanze pubbliche e i progressi compiuti nella riduzione del costo del debito.

Il premio Nobel Theodore Schultz fu tra i primi a formulare il concetto di capitale umano nel dibattito sulla crescita economica. Nel suo discorso da Presidente dell'American Economic Association, nel 196039, lo definì il risultato degli investimenti che ciascuno di noi compie su sé stesso per sviluppare le proprie capacità e realizzare la propria libertà.

Lo studio, l'impegno, la tutela della salute sono espressioni fondamentali di questa libertà individuale. Ma i loro rendimenti economici e sociali dipendono anche dal contesto istituzionale ed economico nel quale ciascuno di noi vive. In questo senso, la valorizzazione del capitale umano non è soltanto una scelta individuale, ma una responsabilità collettiva.

Investire in istruzione, ricerca e formazione significa allora investire a un tempo nelle potenzialità del Paese e nelle aspirazioni dei singoli: nella capacità dei giovani di scegliere, di crescere, di contribuire a un'economia più dinamica e a una società più giusta.

È su questa combinazione di conoscenza e innovazione, di impegno individuale e qualità delle istituzioni che si fonda il progresso delle nostre società nell'era contemporanea.

Note

  1. * Ringrazio per gli scambi di vedute e i contributi alla preparazione del testo Andrea Brandolini, Pietro Rizza ed Eliana Viviano. Ringrazio inoltre Valentina Memoli per l'assistenza editoriale.
  2. 1 G. Salvemini, Le scuole degli Stati Uniti come le vidi io, in Id., Scritti sulla scuola, a cura di L. Borghi e B. Finocchiaro, Milano, Feltrinelli, 1966. Dopo le esperienze di insegnamento a Messina, a Pisa e a Firenze, Salvemini proseguì la sua attività accademica a Harvard, dove maturò una riflessione critica sul sistema scolastico statunitense, mettendone in luce i punti di forza - proposti come riferimento anche per l'Europa e l'Italia - e alcuni aspetti problematici. Si veda anche G. Salvemini, Lettere americane 1927-1949, a cura di R. Camurri, Roma, Donzelli, 2015.
  3. 2 F. Panetta, Considerazioni finali del Governatore, Roma, 30 maggio 2025.
  4. 3 Tra il 2009 e il 2019 il PIL italiano è cresciuto a un tasso medio annuo dello 0,2 per cento (1,4 nell'area dell'euro). Nei successivi cinque anni a un tasso medio dell'1,1 per cento (1 nell'area dell'euro).
  5. 4 Nello stesso periodo, il PIL per abitante in Italia è aumentato del 6 per cento, circa 16 punti in meno della media di Germania e Francia.
  6. 5 G. Dachille, M. Paiella, A. Dalla Zuanna e E. Viviano, L'impatto distributivo della crescita occupazionale e dell'inflazione: 2018-2021, Banca d'Italia, Note Covid-19, 2023.
  7. 6 Fa eccezione il quinto dei redditi più elevati, per i quali il recupero è stato parziale; cfr. Audizione preliminare all'esame della manovra economica per il triennio 2026-28, testimonianza del Vice Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d'Italia, Commissioni riunite 5° del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio) e V della Camera dei deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione), Roma, 6 novembre 2025. Le misure menzionate nel testo sono descritte in N. Curci e A. Tomasi, Fiscal drag, discretionary policy measures and the purchasing power of Italian households in 2022-2025, Banca d'Italia, Questioni di economia e finanza, di prossima pubblicazione.
  8. 7 Nello scenario mediano dal 2025 al 2050 la popolazione si ridurrebbe di 7,6 milioni nella fascia d'età 15-64 anni e di 7,1 milioni in quella fino a 74 anni.
  9. 8 F. Panetta, 2025, op. cit.
  10. 9 Nell'ipotesi che la produttività oraria del lavoro, le ore lavorate per occupato e il tasso di disoccupazione restino sui valori attuali, e che il tasso di attività e l'evoluzione demografica seguano le più recenti previsioni dell'Istat, tra il 2025 e il 2050 il PIL pro capite calerebbe in media dello 0,1 per cento all'anno e il PIL complessivo dello 0,4 per cento. Per mantenere costanti le forze di lavoro sarebbe necessaria una forte accelerazione della partecipazione di uomini e donne, tale da raggiungere i livelli dei paesi del Nord Europa; cfr. Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto, testimonianza del Vice Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d'Italia, Roma, Camera dei deputati, 15 aprile 2025.
  11. 10 Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla sessione di apertura della 5a edizione degli Stati generali della Natalità, Roma, 27 novembre 2025.
  12. 11 F. Panetta, Se non siamo alla ricerca dell'essenziale, allora cosa cerchiamo?, intervento alla 45a edizione del Meeting per l'amicizia tra i popoli, Rimini, 21 agosto 2024.
  13. 12 A. Accetturo, M. Cascarano e G. De Blasio, Dynamics of urban growth: Italy, 1951-2011, "Economia Politica", 36, 2, 2019, pp. 373-398; G. Messina, Declino demografico e divari nell'offerta di servizi pubblici nel Mezzogiorno: un circolo vizioso da disinnescare, "Rivista economica del Mezzogiorno", 1-2, 2024, pp. 149-170.
  14. 13 La relazione positiva tra fecondità, popolazione e crescita economica è stata analizzata, tra gli altri, da C. Jones, Paul Romer: ideas, nonrivalry, and endogenous growth, "Scandinavian Journal of Economics", 121, 3, 2019, pp. 859-883. Tale relazione è stata confermata empiricamente da M. Peters, Market size and spatial growth - Evidence from Germany's post-war population expulsions, "Econometrica", 90, 5, 2022, pp. 2357-2369 e da M. Peters e C. Walsh, Population growth and firm dynamics, "Journal of Political Economy Macroeconomics", in corso di pubblicazione.
  15. 14 Il tasso di fecondità in Italia è calato drasticamente tra la metà degli anni sessanta e la metà degli anni novanta, scendendo già alla metà degli anni settanta al di sotto del tasso di rimpiazzo, ossia del livello di fecondità necessario a mantenere la popolazione stabile nel lungo periodo (2,1 figli per donna). Il temporaneo rialzo osservato attorno agli anni duemila è in larga parte attribuibile alla popolazione immigrata. Nel tempo, tuttavia, la fecondità delle donne straniere si è ridotta, allineandosi a quella delle donne italiane.
  16. 15 G. Esping-Andersen e F.C. Billari, Re-theorizing family demographics, "Population and Development Review", 41, 1, 2015, pp. 1-31; L. Mencarini e D. Vignoli, Genitori cercasi. L'Italia nella trappola demografica, Milano, Università Bocconi Editore, 2018.
  17. 16 OCSE, Society at a Glance 2024. OECD social indicators. A spotlight on fertility trends, Parigi, 2023.
  18. 17 A. Rosina e R. Impicciatore, Storia demografica d'Italia. Crescita, crisi e sfide, Roma, Carocci Editore, 2022; M. Livi Bacci, A history of Italian fertility during the last two centuries, Princeton, Princeton Legacy Library, 2015.
  19. 18 F. Carta e L. Rizzica, Early kindergarten, maternal labor supply and children's outcomes: evidence from Italy, "Journal of Public Economics", 158, 2018, pp. 79-102. Anche il tempo pieno nella scuola primaria tende ad avere effetti simili; cfr. ad esempio G. Bovini, N. Cattadori, M. De Philippis e P. Sestito, The short and medium term effects of full-day schooling on learning and maternal labor supply, Banca d'Italia, Temi di discussione, 1423, 2023.
  20. 19 In Francia le politiche per la natalità hanno un peso maggiore nel bilancio pubblico e sono sostenute da una tradizione consolidata di analisi e studi.
  21. 20 Per un'analisi dei fattori di freno dell'occupazione femminile, cfr. F. Carta, M. De Philippis, L. Rizzica e E. Viviano, Women, labour markets and economic growth, Banca d'Italia, Seminari e convegni, 26, 2023.
  22. 21 Ad esempio, M. Doepke, A. Hannusch, F. Kindermann e M. Tertilt, The economics of fertility: a new era, in S. Lundberg e A. Voena (a cura di), Handbook of the Economics of the Family, vol. 1, North-Holland, 2023.
  23. 22 Nell'ultima legge di bilancio sono state introdotte alcune modifiche al calcolo dell'ISEE volte a favorire le famiglie con figli, che comporteranno una maggiore generosità di alcuni trasferimenti quali l'assegno unico universale e il bonus asili nido e un ampliamento della platea del bonus nuovi nati. I congedi parentali facoltativi sono ora fruibili fino ai 14 anni di età del figlio (12 anni, in precedenza) ed è stato innalzato da 40 a 60 euro il bonus mensile spettante alle lavoratrici madri di almeno due figli piccoli. È stato inoltre introdotto uno sgravio contributivo per le imprese che assumano a tempo indeterminato una donna con almeno tre figli precedentemente disoccupata, per favorire il reingresso delle madri nel mercato del lavoro.
  24. 23 La stima si basa su una simulazione che assume per l'Italia un tasso di fecondità di circa 1,5 negli ultimi trent'anni, mantenendo costante il divario medio di 0,3 punti rispetto alla Francia. Tale differenziale corrisponde alla distanza media tra i tassi di fecondità dei due paesi negli anni sessanta, prima che il divario si ampliasse fino ai livelli osservati negli ultimi decenni.
  25. 24 Si tratta dell'Institut National d'Études Démographiques, che sin dal 1945 fornisce analisi regolari su fecondità, migrazioni e dinamiche familiari e partecipa all'elaborazione delle politiche pubbliche.
  26. 25 Il riferimento riguarda, in particolare, le discipline delle scienze, della tecnologia, dell'ingegneria e della matematica (STEM nell'acronimo inglese).
  27. 26 M. Andini, F. Bertolotti, L. Citino, F. D'Amuri, A. Linarello e G. Mattei, Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia, Banca d'Italia, Questioni di economia e finanza, 954, 2025.
  28. 27 J. Mokyr, The Gifts of Athena: Historical Origins of the Knowledge Economy, Princeton, Princeton University Press, 2002; P. Aghion e P. Howitt, Endogenous Growth Theory, Cambridge-Londra, The MIT Press, 1998.
  29. 28 Ad esempio, G.S. Becker, Human capital: a theoretical and empirical analysis, with special reference to education, Chicago, University of Chicago Press, 1964; R.E. Lucas, On the mechanics of economic development, "Journal of Monetary Economics", 22, 1, 1988, pp. 3-42; P. Aghion, I. Almås e C. Meghir, Human capital and development, NBER Working Paper, 34602, 2025.
  30. 29 Si vedano ad esempio, N.G. Mankiw, D. Romer e D.N. Weil, A contribution to the empirics of economic growth, "Quarterly Journal of Economics", 107, 2, 1992, pp. 407-437; E.A. Hanushek e L. Woessmann, Do better schools lead to more growth? Cognitive skills, economic outcomes, and causation, "Journal of Economic Growth", 17, 2012, pp. 267-321. Questi contributi evidenziano anche l'importanza della qualità dell'istruzione.
  31. 30 A. Accetturo, E. Ciani, S. Mocetti e A. Petrella, Le prospettive di sviluppo dell'economia meridionale, Banca d'Italia, Questioni di economia e finanza, 951, 2025.
  32. 31 C. Goldin e L.F. Katz, The race between education and technology, Cambridge, Harvard University Press, 2008.
  33. 32 OCSE, Education at a Glance 2025, Parigi, 2025.
  34. 33 Almalaurea, Rapporto 2024 sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati, Bologna, 2024. L'età media sale a 27 anni per i laureati magistrali. In Italia solo il 37 per cento degli studenti consegue una laurea nei tempi previsti dal programma di studi; cfr. OCSE, 2025, op. cit.
  35. 34 Questo dato riflette anche l'organizzazione complessiva dei cicli scolastici. Nei principali paesi europei il titolo di scuola secondaria superiore si ottiene a 18 anni, cioè un anno prima che in Italia. Da noi la riforma universitaria del 1999 - che ha introdotto la struttura 3+2, basata su una laurea triennale seguita da una laurea magistrale di due anni - è stata attuata senza modificare la durata del percorso scolastico precedente. Il tempo complessivo necessario per il conseguimento della laurea si è quindi allungato di un anno per buona parte degli studenti universitari.
  36. 35 I. Visco, Investire in conoscenza: crescita economica e competenze per il XXI secolo, Bologna, Il Mulino, 2014.
  37. 36 Almalaurea, 2024, op. cit.; è un dato che risente delle condizioni cicliche dell'economia ed è stato calcolato escludendo i percorsi di studio che forniscono sbocchi lavorativi prevalentemente in ambito nazionale, come ad esempio le lauree in scienze dell'educazione e in materie letterarie.
  38. 37 CNEL, Rapporto. L'attrattività dell'Italia per i giovani dei paesi avanzati, Roma, 2025.
  39. 38 M. Anelli, G. Basso, G. Ippedico e G. Peri, Emigration and entrepreneurial drain, "American Economic Journal: Applied Economics", 15, 2, 2023, pp. 218-252.
  40. 39 T.W. Schultz, Investment in human capital, "The American Economic Review", 51, 1, 1961, pp. 1-17.