N. 515 - I meccanismi di determinazione dei prezzi delle imprese italiane.Nuove evidenze sulla rigidità dei prezzi basate su un sondaggio qualitativo

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di S. Fabiani, A. Gattulli e R. Sabbatini luglio 2004

La teoria economica ha dedicato molta attenzione alle modalità di determinazione dei prezzi nominali e in particolare alla rigidità di questi ultimi. Nonostante ciò, l’evidenza empirica disponibile è piuttosto limitata e si riferisce prevalentemente all’analisi dei comportamenti di prezzo di una singola impresa o di un singolo mercato.

Questo lavoro esamina le modalità di fissazione e di revisione dei listini da parte delle imprese italiane. L’analisi si basa sui risultati di un sondaggio condotto dalla Banca d’Italia all’inizio del 2003 presso un campione di oltre 300 imprese con più di 50 addetti appartenenti ai principali settori economici e operanti soprattutto sul mercato interno.

La maggior parte delle imprese intervistate intrattiene rapporti di lungo periodo con la propria clientela, ad eccezioni di quelle appartenenti ai servizi e al commercio, per le quali i rapporti di natura occasionale sono piuttosto rilevanti.

Le imprese tendono a fissare i propri prezzi di vendita applicando un margine (mark-up), fisso o variabile, ai costi di produzione. Politiche di prezzo differenziate si riscontrano in relazione alla tipologia della clientela e alla quantità venduta. In particolare, le imprese del comparto dei servizi fissano i loro prezzi principalmente sulla base di negoziazione diretta, che comprende aspetti che vanno oltre la quantità venduta (quali ad esempio il servizio di assistenza successivo alla vendita).

Tra le imprese che rivedono i loro prezzi o in risposta a eventi specifici (state-dependent rules) o periodicamente a intervalli di tempo regolari (time-dependent rules), la prima strategia risulta la più diffusa, diversamente da quanto invece riscontrato attraverso sondaggi simili negli USA e nel Regno Unito.

Le imprese che normalmente rivedono i loro prezzi al verificarsi di shock specifici sono più influenzate dai cambiamenti dei costi che da quelli nelle condizioni di domanda.

I prezzi nel nostro paese sono piuttosto rigidi, e ciò si riscontra in tutti i settori economici considerati. Tale rigidità emerge sia nella fase in cui le imprese valutano la necessità di modificare i propri prezzi, sia in quella in cui esse effettuano la modifica, le due essendo non necessariamente coincidenti. Le imprese che modificano i propri prezzi di vendita a intervalli di tempo all’incirca regolari, tendono ad aggiustarli una volta l’anno; in particolare, nel 2001 e nel 2002 la frequenza mediana di revisione dei listini è stata pari a una volta.

Circa la natura e le cause della rigidità dei prezzi, i risultati per l’Italia sono in linea con quelli di analisi simili condotte in altri paesi. In particolare, tra le varie spiegazioni teoriche avanzate in letteratura per giustificare la rigidità dei prezzi nominali, le imprese censite nel sondaggio hanno attribuito l’importanza maggiore a tre fattori specifici: (i) l’esistenza di contratti nominali con gli acquirenti, soprattutto nel settore dei servizi; (ii) la presenza di forme di “collusione tacita” tra le imprese, che si manifestano nella resistenza da parte del singolo imprenditore a variare i propri prezzi nel timore di innescare la reazione dei suoi concorrenti; (iii) la percezione circa la natura temporanea dello shock che richiederebbe l’aggiustamento dei prezzi. Dall’analisi delle risposte emerge inoltre che alcuni fattori spesso indicati dalla teoria economica come importanti cause di rigidità nominale (per esempio la presenza di costi fissi di aggiustamento) non sono invece ritenuti importanti dalle imprese italiane, ad eccezione in parte di quelle operanti nel settore del commercio; questo risultato conferma quanto riscontrato nei lavori disponibili su altri paesi.

Nell’ultima parte del lavoro si mostra come vi sia una tendenza dei prezzi a reagire asimmetricamente agli shock, in relazione alla direzione dell’aggiustamento richiesto (verso l’alto o verso il basso) e alla tipologia dello shock (di domanda o di offerta). In particolare, le variazioni dei costi hanno un impatto superiore quando i prezzi devo essere aumentati piuttosto che ridotti; per contro, la domanda esercita un’influenza superiore sui prezzi quando si contrae piuttosto che nelle fasi di espansione.

Queste asimmetrie sono influenzate da una varietà di fattori, legate anche alla presenza di rigidità di natura reale. Ad esempio, l’aggiustamento dei prezzi in risposta a un aumento della domanda è correlato positivamente al grado di concorrenza del mercato e negativamente all’intensità dei costi sostenuti dai clienti per la ricerca delle opportunità migliori offerte dal mercato (i cosiddetti search costs). Tali fattori non influenzano invece in maniera significativa l’aggiustamento dei prezzi nel caso in cui si verifichi uno shock negativo di domanda. Nel caso di variazioni dei costi, gli aggiustamenti dei prezzi sono significativamente e inversamente correlati con il potere di mercato, mentre non sono influenzati dai costi per la ricerca di offerte migliori. Inoltre, gli aumenti dei costi tendono ad essere più facilmente trasferiti sui prezzi di vendita in presenza di forme di regolamentazione.

In ultimo, non ci sono evidenze che le imprese, in risposta a un aumento della domanda, prima di variare il prezzo agiscano su altri fattori quali per esempio i tempi di consegna; è invece più probabile che esse modifichino il livello delle scorte, ad eccezione di quelle operanti nel settore dei servizi. Nel caso invece in cui si deve procedere a una riduzione dei prezzi, le imprese non temono che i clienti percepiscano questa variazione come una diminuzione della qualità dei beni o dei servizi offerti; anche questo fattore, spesso invocato dalla letteratura teorica, non contribuisce a spiegare significativamente la rigidità nominale dei prezzi.

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