N. 482 - La distribuzione del reddito e della ricchezza nelle regioni italiane

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di L. Cannari e G. D'Alessio giugno 2003

Il lavoro impiega i dati dell’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie per costruire stime dei valori medi del reddito e della ricchezza a livello regionale e del grado di disuguaglianza tra le regioni e all’interno delle regioni.

Le informazioni tratte dall’indagine sui bilanci delle famiglie italiane non vengono usualmente utilizzate per stime regionali a causa della ridotta numerosità campionaria. Per ovviare a tale controindicazione, il lavoro utilizza congiuntamente le indagini relative al quinquennio 1995-2000. La maggiore numerosità campionaria così disponibile, unitamente all’applicazione di stimatori che riducono l’effetto dei valori estremi e consentono di integrare l’informazione campionaria con quella proveniente da fonti esterne, permettono di ridurre il grado di incertezza delle stime.

Viene inoltre valutato in che misura le differenze riscontrate tra regioni sono riconducibili a una serie di caratteristiche socio-demografiche.

I principali risultati, riferiti al periodo 1995-2000, possono essere così riassunti:
1. le stime regionali del reddito familiare confermano il dualismo dell’economia italiana, con Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Trentino e Friuli nell’estremo più elevato e Sicilia, Basilicata e Calabria in quello opposto. L’ordinamento delle regioni in termini di ricchezza familiare media è simile a quello basato sul reddito;
2. il livello di concentrazione di entrambe le variabili ricostruite risulta più elevato nelle regioni meridionali, in particolare in Sicilia e in Campania. I livelli più bassi di concentrazione si registrano invece in Umbria e in altre regioni dell’Italia centrale. In tutte le regioni il grado di disuguaglianza interna nella distribuzione della ricchezza è più elevato di quello del reddito;
3. utilizzando l’indice di benessere di Sen, che tiene conto sia del livello medio del reddito sia della sua distribuzione, il gap tra le regioni meridionali e quelle del Centro e del Nord risulta quindi ancora più pronunciato;
4. la disuguaglianza tra i valori medi regionali del reddito e della ricchezza risente in misura marcata della differente composizione della popolazione per caratteristiche socio-demografiche, a loro volta in parte connesse con le condizioni del mercato del lavoro. Al fine di isolare questo nesso, la distribuzione delle famiglie per ciascuna variabile sociodemografica rilevante (numero di componenti, numero di percettori di reddito, dimensione del comune di residenza, età, istruzione e condizione professionale del capofamiglia) è stata posta uguale, in ogni regione, a quella media nazionale. Tale esperimento non tiene ovviamente conto dei possibili fenomeni di retroazione tra la struttura della popolazione e i processi di formazione e di distribuzione del reddito. Esso è comunque utile per giudicare, almeno in prima approssimazione, quanto contino nei confronti distributivi le differenze nelle strutture sociodemografiche. Ad esempio, allineando la distribuzione per numero di percettori a quella media nazionale il reddito equivalente della Campania aumenta del 5,5 per cento; quello della Sicilia del 7,8. Nel Lazio, controllando per il titolo di studio del capofamiglia il reddito equivalente si riduce invece di circa il 5 per cento; un effetto simile si osserva controllando per l’ampiezza demografica del comune di residenza (-7 per cento). Nel complesso, se in tutte le regioni la distribuzione delle variabili sociodemografiche fosse uguale a quella media nazionale i divari tra le medie regionali – misurati con la deviazione logaritmica media – si ridurrebbero di circa il 40 per cento per i redditi equivalenti e di circa il 10 per cento per la ricchezza pro capite;
5. la disuguaglianza interna alle singole regioni risente in varia misura delle caratteristiche socio-demografiche della popolazione. Ad esempio, in Campania la distribuzione delle famiglie per numero di percettori tende ad accrescere di oltre il 10 per cento l’indicatore di disuguaglianza rispetto a quanto si osserverebbe, a parità di tutte le altre condizioni, se la distribuzione fosse uguale a quella media nazionale. Questo valore rende conto di oltre la metà del divario che si osserva tra la disuguaglianza interna della Campania e quella media nazionale. Considerazioni simili si applicano a Sicilia, Basilicata e Calabria. Nel complesso l’allineamento delle caratteristiche della popolazione regionale a quella media nazionale riduce la disuguaglianza in molte regioni meridionali, mentre tende ad accrescerla nel Centro Nord.

Pubblicato nel 2002 in: Rivista economica del Mezzogiorno, v. 16, 4, pp. 809-847

Testo della pubblicazione