Palazzo AntoniniSede di Udine della Banca d'Italia fino a novembre 2009

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Cenni storici

L’edificio è senz’altro il palazzo più illustre della città, detto anche di “Casa Grande”, progettato dal massimo architetto veneto di tutti i tempi, Andrea Palladio. Per lo storico dell’arte Giuseppe Bergamini, "Indubbiamente il più bello di Udine, fu il primo a uscire dallo schema stereotipato delle grandi case delle ricche famiglie cittadine, a utilizzare un autorevole progetto e a introdurre nel periferico Friuli ritmi e moduli dell’architettura nobiliare veneziana".

L’edificio rappresenta la rottura fra la concezione medievale della residenza signorile (murata, chiusa in sé, autoprotetta) e il nuovo modello rinascimentale di costruzione in una città la cui difesa non spetta più ai singoli abitanti ma all’autorità centrale e alle sue truppe. Un passo deciso verso la modernità. Dalla struttura del palazzo si evince la visione innovativa delle funzioni della città rispetto al territorio circostante.

Dettaglio della facciata che da su via GemonaIl committente del Palazzo è Floriano Antonini, giovane e ambizioso esponente di una delle famiglie più in vista dell'aristocrazia udinese che, desideroso di riscoprire una tradizione erudita, fece coniare una medaglia di fondazione del palazzo, probabilmente per dimostrare che il gusto sofisticato non era patrimonio esclusivo dei circoli aristocratici della capitale della Serenissima, Venezia.

L’aver poi deciso di affidare proprio al Palladio la costruzione della sua nuova dimora udinese altro non fu che la riaffermazione del proprio potere economico, la palese dimostrazione di saper interpretare i tempi nuovi alla pari della nobiltà veneziana più illuminata e di voler assumere un ruolo da protagonista a beneficio non solo personale ma dell’intero Friuli da lui rappresentato. Un Friuli che, conquistato dalle armi veneziane nel 1420, aveva saputo raggiungere grandi risultati sul piano della cultura e dell’innovazione ottenendo nel 1524, nel caso di Udine, proprio dal patriarca Grimani, lo status di città metropolitana del Friuli.

Quando Palladio concepì, nel 1556, quella molto comoda abitazione (definizione data da Giorgio Vasari nell’elenco da lui redatto delle migliori realizzazioni dell’architetto veneto), l’ubicazione dell’edificio era tale che il palazzo fu innalzato ai confini dell’abitato cittadino: la sua facciata posteriore si apriva verso la campagna, per cui fu impostata sul modello di una villa suburbana. La struttura è dirompente in una città estranea ai modelli tosco-romani e ancora a quelli veneti, specie nei borghi di S. Cristoforo, S. Lucia e Gemona, e in quella porzione urbana. L’edificio è l’espressione di una famiglia ansiosa di segnalarsi come la più illuminata della città grazie a frequentazioni veneziane di alto livello, come il celebre Daniele Barbaro, altro committente di Palladio. Il palazzo udinese risente della lezione di Giulio Romano, conosciuto dal Palladio nei suoi soggiorni romani.

Il Palazzo

L'immagine mostra l'ingresso posteriore sul grande parco

Il palazzo è situato in un particolare contesto urbano: mentre fronteggia con l’imponente facciata un complesso di vecchi edifici che sorgono sul lato opposto della via, nel lato posteriore si apre sul grande parco digradante verso Giardin Grande; con il fianco Nord chiude un lato della piazzetta al centro della quale si trovava (c’è ancora ma non è più in vista) uno dei cinque pozzi della città.

Palladio aveva già sperimentato in altre ville, una variazione importante nell’uso del piano terreno, al quale è attribuita una funzione ufficiale, che serve a regolare i rapporti della famiglia patrizia con il vicino insediamento cittadino e ad accogliere momenti significativi alla conduzione degli affari. Questa nuova concezione della fabbrica mette in crisi lo schema di suddivisione verticale delle funzioni domestiche in precedenza adottato dallo stesso Palladio con importanti conseguenze.

All’entrata del Palladiano dal sottoportico, si osservano due copie di statue antiche raffiguranti personaggi verisimilmente Bacco e un suonatore di cembali. Le statue sono poste entro le nicchie ai lati dell’ingresso posteriore, costituito da un portale sei-settecentesco con maschera granaria al centro. Queste due copie di esemplari antichi testimoniano il gusto collezionistico degli Antonini.

L'immagine mostra la statua di Bacco, un suonatore di cembali e una maschera granaria

Nella tipologia sino ad allora praticata il collegamento fra un piano e l’altro viene risolto con gran parsimonia di mezzi. La dimensione ridotta della scala concorre a sottolineare la differenza di destinazione d’uso dei singoli livelli. Se invece il pianterreno assume una funzione assimilabile con il tradizionale ”piano nobile” posto al primo piano, ecco che la funzione di collegamento tra i due livelli diventa essa stessa una componente “nobile” della casa. Il sistema dei collegamenti verticali assume una rilevanza compositiva notevole, che arricchisce l’impianto distributivo della fabbrica di un elemento assente nelle precedenti realizzazioni palladiane.

Una decisione di tal genere comporta l’espulsione dal pianterreno di quelle "comodità", cioè di quelle funzioni di servizio (cucine, tinelli, ecc.) che generalmente sono qui collocate. La nobilitazione del pianterreno determina l’adozione, per l’atrio, di nuove tipologie architettoniche: atrio sostenuto da quattro colonne (tetrastilo), che poi stimola all’adozione, in facciata, della soluzione "loggia sopra loggia", in una forma ricercata di manipolazione dei canoni antichi. A Udine, nella pianta di Palazzo Antonini che sembra una contrazione della domus romana, utilizza l’atrio tetrastilo d’ordine ionico.

Ai quattro angoli dell’atrio si notano quattro copie di esemplari greci raffiguranti: Diana, una figura femminile con coppa, una Venere pudica e un'amazzone. Le statue di gusto neoclassico furono realizzate verosimilmente agli inizi dell’Ottocento, all’epoca di Francesco e Rambaldo Antonini.

Nel 1559 il palazzo è già parzialmente abitabile, ma nel 1563 il cantiere è ancora in attività. La costruzione fu molto laboriosa e si protrasse a lungo nel tempo. Palladio non seguì i lavori, fatto sta che tra progetto ed esecuzione si rilevano differenze sostanziali, come la mancanza del frontone in facciata e l’abbassamento del tetto, oltre a una serie di modifiche (l’incorniciatura delle finestre, che l’architetto non aveva previsto).

Vicende successive: 1700

L'immagine mostra una vista del grande salone con affreschi di Martinus FischerNei primissimi anni del XVIII secolo è stato aggiunto il corpo laterale ove, nel terzo decennio del ‘900 furono ricavati gli uffici della Tesoreria della Banca d’Italia.

Alla fine del ‘600 primi del ‘700 risalgono gli affreschi di Martinus Fischer nel salone d’onore al piano nobile, in cui si alternano telamoni e cariatidi, panoplie (armature disposte a trofeo per ornamento), in stucco e dipinti, a monocromi giganti e corposi putti di grandi proporzioni che giocano con i telamoni. Il salone del piano nobile è stato dunque innalzato di m. 1,70 circa rispetto a quello che aveva previsto il Palladio (m. 6,60). Anche la copertura è stata sopraelevata; al di sopra delle stanze minori, lateralmente disposte, furono inoltre ideati due poggioli simmetrici balaustrati, cui si accedeva originariamente, forse, attraverso scale a chiocciola disposte entro gli stanzini suddetti.

Non si conosce l’autore delle operazioni che rivedono il primigenio aspetto planimetrico impostando una nuova scenografia assiale, le scale, i piani intermedi e gli affacci alla loggia inferiore, e vi sono state anche interpolazioni all’atrio tetrastilo.

Almeno due campagne di lavori modificano pesantemente l’aspetto dell’edificio, arrivando a sostituire tutte le finestre, tranne quella sulla destra della loggia nel prospetto posteriore, e le scale interne. Nel 1709 la realizzazione degli apparati decorativi contribuisce a snaturare definitivamente gli interni palladiani. In sostanza, ciò che rimane del progetto palladiano sono la planimetria (a meno delle scale) e la volumetria generale dell’edificio, le logge anteriori e posteriori (di cui però non furono realizzati i timpani) e gli elementi della "sala a quattro colonne". In una sala del palazzo c’erano anche alcune tele, entro semplici cornici a stucco, del pittore veneziano Domenico Fossati. Si tratta di piacevoli tele raffiguranti architetture in rovina, quinte architettoniche vegetali, giardini con prospettive di fiori e fontane.

Vicende successive: 1800

Nel 1818 viene dato l‘incarico all’architetto neoclassico Valentino Presani di effettuare una trasformazione interna. Una stanza al pianterreno, a fianco dell’ingresso, doveva assumere l’aspetto di un elegante appartamento a due piani.

Vanno segnalati gli affreschi di Odorico Politi, pittore neoclassico udinese (1818 ca.) nell’ammezzato verso il Giardino; si tratta di piacevoli pitture classicheggianti – realizzate fra il 1818 e il 1825 - che illustrano temi di storia antica, declinati in eleganti e sobri equilibri compositivi, e sono contraddistinti da forme nitide e da una pittura orchestrata su pochi toni fondamentali. Erano concepiti come quadri appesi a una parete, racchiusi da cornici in stucco.

L'immagine mostra dettagli di due affreschi di Odorico Politi

Vicende successive:1900

Nel 1977 il palazzo fu sottoposto a lavori di consolidamento e restauro dopo i danni sismici del 1976. L’intervento evidenziò la necessità di rimuovere i dipinti, che nel 1984 furono trasferiti su supporti mobili e ricollocati al piano nobile dell’edificio per favorirne la conservazione. Le misure di sicurezza necessarie alla Banca per svolgere le sue attività non consentivano però un agevole accesso ai dipinti.

Con il trasferimento dei suoi uffici nel 2009 la Banca d’Italia, su suggerimento della Soprintendenza per i beni storico-artistici ed etnoantropologici, ha stabilito di concedere in deposito triennale ai Civici Musei di Udine per consentirne una più ampia fruizione pubblica che ne garantisca, oltre alla corretta tutela, anche la valorizzazione dal punto di vista culturale. Così gli affreschi sono entrati ufficialmente a far parte delle collezioni museali trovando collocazione proprio al termine del percorso espositivo permanente della Galleria d’Arte Antica a testimoniare la loro importanza quali documenti di stile e di gusto, nel contesto storico-artistico cittadino della prima metà dell’Ottocento.

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