N. 461 - Aspetti macroeconomici della discriminazione internazionale di prezzo

Go to the english version Cerca nel sito

di Giancarlo Corsetti e Luca Dedola dicembre 2002

Una vasta letteratura empirica documenta differenziali di prezzo tra paesi ampi e persistenti: la legge del prezzo unico non vale per la maggior parte dei beni e servizi. Inoltre, i prezzi sembrano rispondere poco o nulla a variazioni del tasso di cambio nominale. In parte, questi fatti stilizzati sono dovuti a movimenti del mark-up differenziati per mercato di destinazione della merce, ovvero sono indicatori di segmentazione dei mercati e pricing-to-market da parte delle imprese.

Se i prezzi ottimali delle imprese rispondessero solo limitatamente a variazioni del tasso di cambio, l’impatto di quest’ultimo sui prezzi relativi dei beni interni e esteri sarà contenuto. Ma ampie variazioni dei prezzi relativi tra paesi dovute alla fluttuazione del cambio sono l’elemento portante del modello classico della macroeconomia internazionale, originariamente elaborato nei contributi di Friedman (1953) e Mundell (1960).

Queste considerazioni sollevano numerosi quesiti di fondo riguardanti i modelli di economia e politica economica internazionale. Specificatamente, fino a che punto il modello tradizionale è compatibile con l’evidenza empirica sulla segmentazione internazionale dei mercati? In che misura movimenti del tasso di cambio inducono movimenti nei prezzi relativi e facilitano il processo di aggiustamento macroeconomico secondo la teoria tradizionale della trasmissione internazionale? È possibile che la segmentazione del mercato crei interdipendenza delle politiche economiche che possa giustificare un coordinamento a livello internazionale?

Per affrontare tali quesiti, il lavoro propone un modello di equilibrio economico generale a due paesi, con salari nominali rigidi e concorrenza monopolistica nel mercato dei beni. Gli esportatori vendono il proprio prodotto a distributori nazionali a prezzi differenziati a seconda della localizzazione del mercato: l’elasticità della domanda rispetto al prezzo può infatti differire tra mercati, per via della presenza di servizi distributivi la cui produzione richiede l’impiego di fattori locali.

Nel lavoro si dimostra che una teoria macroeconomica che consideri esplicitamente l’interazione verticale tra imprese situate in mercati differenti può contribuire a ridurre la distanza che separa le conclusioni dei modelli di economia aperta e alcuni importanti fatti stilizzati dell’economia internazionale.

In particolare, nel modello:

  • deviazioni dalla legge del prezzo unico, a livello sia di prezzi alla produzione sia di prezzi al consumo, derivano endogenamente dalla massimizzazione del profitto da parte delle imprese;
  • poiché la elasticità di prezzo delle esportazioni è una funzione non lineare del tasso di cambio, la discriminazione di prezzo ottimale comporta un passt-hrough incompleto di variazioni del tasso di cambio (i movimenti dei prezzi all’esportazione in valuta straniera sono inferiori a quelli del tasso di cambio);
  • nonostante il pass-through limitato, un deprezzamento del tasso di cambio nominale può peggiorare le ragioni di scambio — coerentemente con quanto previsto dal modello classico e con la possibilità di effetti di ricomposizione della domanda mondiale a favore dei beni interni (expenditure switching effects). Il modello prevede inoltre che la correlazione tra il tasso di cambio nominale e quello reale sia positiva nell’equilibrio di lungo periodo;
  • i movimenti del tasso di cambio nominale sono più pronunciati di quelli dei “fondamentali”. Tuttavia, la presenza di un pass-through incompleto sui prezzi fa sì che a variazioni anche ampie dei tassi di cambio nominale e reale facciano seguito reazioni contenute dei prezzi, del consumo e dell’occupazione.
  • l’equilibrio macroeconomico può non essere unico, generando pertanto la possibilità di movimenti del tasso di cambio derivanti da incertezza non riflessa dai “fondamentali” (sunspots).

In chiusura, il lavoro estende un recente risultato di Obstfeld e Rogoff (2002) sull’assenza di vantaggi derivanti dalla cooperazione internazionale a un economia con frizioni sul mercato dei beni, ovvero caratterizzata da segmentazione dei mercati dei beni e delle attività finanziarie.

Testo della pubblicazione