N. 696 - Salari di riserva: una spiegazione dei differenziali regionali

Go to the english version Cerca nel sito

di Paolo Sestito e Eliana Viviano dicembre 2008

Secondo la teoria economica prevalente, la disponibilità effettiva dei potenziali lavoratori a occupare un posto di lavoro può essere riassunta da un’unica sintetica variabile: il salario di riserva, definito come il salario minimo che un individuo richiede per accettare un’occupazione. Il salario di riserva è quel valore che rende equivalenti l’utilità attesa associata alla continuazione della ricerca di un impiego e l’utilità associata all’impiego che offre quel salario.

Nei dati disponibili per l’Italia il salario di riserva dichiarato dalle persone in cerca di occupazione residenti nel Mezzogiorno supera sistematicamente (del 2 per cento in media) quello dichiarato dai disoccupati del Centro Nord. Il dato appare paradossale, poiché i più alti salari e la minore disoccupazione media, nonché i più alti livelli di ricchezza complessivi del Centro Nord suggerirebbero una differenza di segno opposto. Nella letteratura esistente, questo risultato è stato interpretato sia come evidenza della scarsa affidabilità della variabile in questione, quantomeno nella sua misurazione effettivamente disponibile nell’Indagine sulle forze di lavoro, sia come segnale di una natura tutta “volontaria” della maggiore disoccupazione meridionale. Quest’ultima interpretazione è stata collegata al fatto che i disoccupati meridionali sarebbero (più frequentemente di quanto non accada nel Centro Nord) implicati in attività economiche sommerse, che fornirebbero una fonte di reddito cui dover rinunciare laddove si accettasse un lavoro regolare. Alternativamente, è stato suggerito che il valore dell’opzione di continuare a cercare un lavoro nel Mezzogiorno sarebbe innalzato dalla prospettiva di un impiego pubblico. Infine, il risultato potrebbe suggerire una minore disposizione all’impiego dell’offerta di lavoro meridionale.

In questo lavoro si mostra che la relazione contro-intuitiva tra i salari di riserva e i tassi di disoccupazione regionali è presente anche in altri paesi europei, quali la Francia, la Finlandia e la Spagna. Si mostra inoltre che una corretta interpretazione dei dati medi sul salario di riserva dichiarato da chi sia alla ricerca di un impiego deve tenere conto del fatto che la popolazione a cui il quesito viene rivolto è selezionata. Nelle consuete indagini campionarie vengono infatti escluse dal campo di osservazione del salario di riserva sia le persone che non cercano un lavoro, perché poco interessate allo stesso, sia quelle che hanno già accettato un’offerta e che quindi risultano occupate. Le prime sono quelle che ceteris paribus hanno un salario di riserva particolarmente elevato, tale da renderne la stessa partecipazione al mercato del lavoro troppo onerosa; le seconde quelle che, a parità di condizioni della domanda di lavoro, hanno un salario di riserva particolarmente basso, tale da far loro accettare anche offerte d’impiego poco remunerative. Per effetto di questa doppia selezione le popolazioni di disoccupati di due aree caratterizzate da condizioni del mercato del lavoro molto diverse non sono pienamente confrontabili sulla base del salario di riserva dichiarato.

Il lavoro presenta stime del differenziale territoriale del salario di riserva depurate dagli effetti di questa doppia selezione . Da un punto di vista metodologico, ciò consente di adoperare le informazioni sul salario di riserva dichiarato come statistica sintetica dei comportamenti dell’offerta di lavoro. Con riferimento al confronto Nord-Sud, le stime ottenute implicano salari di riserva mediamente inferiori di circa il 10 per cento nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord e smentiscono la tesi della natura meramente “volontaria” della maggiore disoccupazione meridionale. Risultati simili vengono ottenuti con riferimento agli altri paesi europei.

Pubblicato nel 2011 in: Labour, v. 25, 1, pp. 63-88

Testo della pubblicazione