N. 458 - Le conseguenze economiche dell’utilizzo di modelli aggregati dell’area dell’Euro

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di Libero Monteforte e Stefano Siviero dicembre 2002

L’analisi economica finalizzata alla conduzione della politica monetaria unica dell’area dell’euro può avvalersi di un modello per il complesso delle economie dell’area specificato e stimato con dati aggregati (modello aggregato, A), oppure di un modello disaggregato (D), che descrive separatamente il funzionamento delle singole economie dell’area, tenendo tuttavia conto delle interrelazioni tra paesi. La prima opzione presenta evidenti vantaggi in termini di parsimonia e semplicità, ma potrebbe rivelarsi non adeguata qualora i paesi dell’area fossero caratterizzati da significative differenze nella struttura delle rispettive economie (in particolare nel funzionamento dei canali di trasmissione della politica monetaria).

I risultati empirici rinvenibili nella letteratura indicano che, ai fini di una rappresentazione statistica accurata degli andamenti dell’economia dell’area, è preferibile l’impiego di modelli disaggregati.

Non è tuttavia scontato che un modello aggregato sia sensibilmente sub-ottimale quando lo si voglia usare per calibrare i parametri di una “regola di policy” (o funzione di reazione), cioè una regola che individua il valore appropriato del tasso di interesse (comune), in funzione di variabili osservabili. I risultati macroeconomici conseguibili sulla base di tale regola potrebbero infatti essere solo di poco inferiori a quelli ottenibili con una regola calibrata impiegando un modello disaggregato. Se così fosse, potrebbe risultare complessivamente più efficiente avvalersi di un modello aggregato, qualora si tenga conto anche dei vantaggi che quest’ultimo presenta in termini di semplicità di costruzione e di utilizzo.

Il lavoro fornisce una valutazione delle conseguenze dell’impiego di modelli del tipo A ovvero D sull’efficacia di regole di politica monetaria finalizzate alla stabilizzazione del tasso di inflazione e della crescita del prodotto.

L’analisi considera due semplici modelli alternativi (A e D) per le tre principali economie dell’area dell’euro (Germania, Francia e Italia, che insieme producono oltre il 70 per cento del PIL complessivo).

Si ipotizza che l’autorità di politica monetaria persegua l’obiettivo di minimizzare una funzione di perdita che dipende dalle varianze del tasso di inflazione e dell’output gap e dalla volatilità del tasso di interesse di policy. Dato questo obiettivo, si calcolano i valori ottimali dei parametri di una semplice funzione di reazione del tipo di quelle rese popolari da Taylor, ipotizzando che a tal fine vengano alternativamente impiegati il modello A o quello D. Vengono quindi valutati i risultati macroeconomici conseguibili con l’una o l’altra delle due funzioni di reazione così ottenute, ipotizzando, anche per via dell’evidenza statistica precedentemente ricordata, che il modello D fornisca, nel confronto col modello A, una rappresentazione più affidabile del funzionamento dell’economia dell’area dell’euro.

Il principale risultato è che, basando le proprie decisioni sulle indicazioni del modello D, l’autorità di politica monetaria dell’area conseguirebbe risultati nettamente preferibili a quelli ottenibili impiegando il modello A; la riduzione della funzione di perdita sarebbe compresa tra il 20 e il 30 per cento, a seconda dei valori ipotizzati per i parametri che riflettono le preferenze dell’autorità monetaria. La differenza di performance delle due regole è statisticamente significativa. I risultati, inoltre, non sono sensibilmente modificati da un punto di vista statistico, qualora si ipotizzi che il modello D fornisca una rappresentazione solo approssimativamente affidabile del funzionamento dell’economia. Infine, si mostra che soltanto una convergenza pressoché completa delle economie dell’area, può condurre a una sensibile riduzione della distanza (misurata in termini di funzione di perdita) tra politiche monetarie basate sui modelli A e D.

Nel complesso, i risultati segnalano che, date le differenze strutturali esistenti tra i paesi aderenti all’area dell’euro, l’utilizzo di modelli aggregati può indebolire sensibilmente l’efficacia della politica monetaria unica*.


* Angelini, Del Giovane, Siviero e Terlizzese (Tema di discussione n. 457) affrontano una questione complementare a quella analizzata in questo lavoro, valutando se – nell’ipotesi che il modello disaggregato fornisca una più affidabile descrizione del funzionamento dell’economia dell’area, coerentemente con quanto qui sostenuto – la politica monetaria risulti più efficace, e in che misura, qualora reagisca agli sviluppi nei singoli paesi, anziché nell’area nel suo complesso. I risultati di quel lavoro indicano che trascurare le informazioni nazionali nelle decisioni di politica monetaria può comportare costi elevati.

Pubblicato nel 2010 in: Applied Economics, v. 42, 19-21, pp. 2399-2415