N. 1013 - Legge fallimentare e credito bancario

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di Giacomo Rodano, Nicolas Serrano-Velarde ed Emanuele Tarantino giugno 2015

Il diritto fallimentare contribuisce a determinare le condizioni a cui il credito viene concesso alle imprese influendo sulla probabilità di default e sul tasso di recupero delle somme erogate.

Una buona legge fallimentare deve cercare di favorire la sopravvivenza di imprese in difficoltà finanziarie ma economicamente sane. Nel farlo deve, però, minimizzare i rischi di comportamenti opportunistici da parte dei debitori, che si ripercuoterebbero sulle condizioni del credito a monte erogato. Questi obiettivi sono comuni sia alle procedure di ristrutturazione, quali per esempio il concordato preventivo, sia a quelle di liquidazione, come il fallimento.

Il lavoro analizza l’effetto delle riforme della legge fallimentare italiana del biennio 2005-2006 sulle condizioni del credito alle piccole e medie imprese. Le riforme hanno interessato dapprima le procedure di ristrutturazione (D.Lgs. 35/2005) - con un ampliamento dei presupposti oggettivi di accesso alla procedura e dei contenuti possibili degli accordi, e successivamente le procedure di liquidazione (L. 5/2006) –  con un  rafforzamento dei poteri dei creditori nella gestione della procedura finalizzato a ridurre i tempi di recupero.

Il lavoro esamina l’evoluzione, in concomitanza di ciascuno dei due interventi di riforma, delle condizioni del credito e degli investimenti delle imprese più rischiose – maggiormente influenzate dalla riforma – confrontandola con la dinamica realizzatasi per imprese più solide dal punto di vista finanziario.

Le stime mostrano che la riforma del 2005 ha determinato un aumento del tasso di interesse sui prestiti bancari alle piccole e medie imprese pari a 12 punti base (con un aumento di circa il 3 per cento della loro spesa per interessi) e una riduzione del tasso di investimento di circa 0.13 punti percentuali. La riforma del 2006 ha invece indotto una riduzione del tasso di interesse di circa 7 punti base (con una riduzione di circa il 2 per cento della spesa per interessi), e un aumento di circa 0.8 punti percentuali del tasso di investimento.ù

Pubblicato nel 2016 in: Journal of Financial Economics, v. 120, 2, pp. 363-382

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