N. 884 - Collaborazione tra imprese e università in Italia: il ruolo della vicinanza dell'impresa ai migliori dipartimenti di ricerca

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di Davide Fantino, Alessandra Mori e Diego Scalise ottobre 2012

L’evidenza empirica sull’innovazione e la ricerca (R&S) in Italia mostra un quadro preoccupante: l’investimento in R&S del Paese è scarso, nel confronto internazionale, e non è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio. La spesa in R&S in rapporto al PIL era, infatti, l’1,26 per cento nel 2010, contro una media europea del 2, circa 2 decimi in più che nel 1998. All’interno della spesa complessiva, la quota sostenuta dalle imprese, solitamente la più dinamica, è in Italia pari a circa il 50 per cento, valore inferiore alla media dei principali Paesi europei (circa il 60 per cento nella UE27), dove in alcuni casi la quota raggiunge il 70 per cento. Questi elementi hanno portato a parlare di un modello di “innovazione senza ricerca”, in cui le imprese italiane privilegiano le attività di innovazione incrementale, non sviluppata internamente, o ottenuta senza fare ricorso a un’attività esplicitamente rivolta a finalità innovative. L’attività di R&S in Italia è, quindi, sostenuta dal settore pubblico, e soprattutto dalle università e dai centri di ricerca pubblici, che, oltre a incrementare il capitale umano e sociale, stipulano accordi di collaborazione con le imprese volti al trasferimento di nuove tecnologie verso il settore privato.

Lo scopo di questo lavoro è di analizzare le determinanti degli accordi di collaborazione tra le imprese e le università in Italia, utilizzando i dati del XV Sondaggio congiunturale della Banca d’Italia. La probabilità che l’impresa stipuli un accordo con un’università viene stimata econometricamente tenendo conto della distanza, della qualità degli enti di ricerca presenti sul territorio (usando i dati dell’ultimo esercizio di valutazione della ricerca effettuato dal Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca nel 2006), delle loro politiche di valorizzazione commerciale dei risultati della ricerca, della rilevanza che i vari campi di studio assumono per i diversi settori economici (utilizzando la Canergie Mellon Survey) e delle principali caratteristiche d’impresa. I risultati della stima del modello suggeriscono che la principale determinante della probabilità di un accordo è la vicinanza dell’impresa ad un’università d’eccellenza nei campi di ricerca rilevanti per il proprio settore d’appartenenza; al contrario, la prossimità a un’università generica non esercita alcuna influenza. Le imprese di piccola e media dimensione appaiono più sensibili alla distanza fisica, mentre quelle grandi tendono a scegliere come partner le università che meglio valorizzano i risultati della propria ricerca indipendentemente da dove esse risiedano. Infine, la presenza di altre fonti di innovazione, sia interne sia esterne, incrementa la probabilità che l’impresa entri in relazione con una università. Ciò suggerisce che la ricerca pubblica non possa sostituire completamente l’attività innovativa interna delle imprese.

Pubblicato nel 2015 in: Italian Economic Journal, v. 1, 2, pp. 219-251

Testo della pubblicazione