N. 646 - L'economia sommersa come freno allo sviluppo finanziario: indicazioni dal mercato del credito in Italia

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di Giorgio Gobbi e Roberta Zizza novembre 2007

L’esclusione dai mercati finanziari ufficiali è annoverata tra i costi che ricadono sulle imprese appartenenti al settore informale. Per accedere ai mercati creditizi, infatti, gli imprenditori devono trasmettere agli intermediari informazioni credibili sulla loro attività. L’assenza di un’adeguata documentazione contabile, o anche soltanto una sua contraffazione nel caso di unità parzialmente regolari, ostacola il reperimento di finanziamenti esterni. Analogamente, i lavoratori irregolari incontrano difficoltà a documentare la loro capacità di sostenere gli oneri derivanti dall’accensione di un mutuo o dal ricorso al credito al consumo. Anche la diffusione di altri servizi bancari, quali l’utilizzo di mezzi di pagamento diversi dal contante, è minore in aree contrassegnate da un’elevata incidenza dell’economia sommersa.

La bassa domanda di servizi finanziari indotta dal ricorso al lavoro irregolare può frenare l’espansione delle strutture di offerta, come ad esempio l’apertura di sportelli bancari, e limitare il numero di operatori presenti sul mercato, con ripercussioni negative anche sul settore regolare dell’economia. 

Questo lavoro fornisce una stima dell’impatto delle attività sommerse sul volume dei prestiti, utilizzando dati relativi ai mercati locali del credito in Italia nel periodo 1995-2003. Il nostro Paese presenta un’elevata quota di lavoratori irregolari nel confronto con le altre economie avanzate, con significative differenze territoriali. I risultati confermano l’esistenza di una correlazione fortemente negativa, a livello regionale e provinciale, tra l’incidenza del credito sul valore aggiunto e il peso del lavoro irregolare nel settore privato. La dimensione dell’economia sommersa ha un impatto negativo sia sul volume di finanziamenti alle imprese, sia sui prestiti concessi alle famiglie. A un aumento di un punto percentuale della quota dell’occupazione irregolare su quella totale corrisponde un calo di circa due punti percentuali del rapporto tra il credito alle imprese e il valore aggiunto e di circa 0,3 punti percentuali dell’analogo rapporto calcolato utilizzando il credito alle famiglie. Risultati simili si ottengono per i prestiti concessi dalle società finanziarie specializzate nel leasing, nel factoring e nel credito al consumo.

L’analisi econometrica non identifica invece significativi effetti dei volumi di credito erogati sul tasso di occupazione irregolare: pertanto, se da un lato una maggiore incidenza delle attività irregolari deprime il rapporto credito/valore aggiunto, dall’altro non vi è alcuna evidenza che la diffusione delle attività irregolari possa essere dovuta a una minore disponibilità di credito.

Il lavoro, infine, propone una quantificazione degli effetti della presenza di attività irregolari sulla struttura dell’offerta, sfruttando il differente impatto a livello territoriale del programma di regolarizzazione dei lavoratori immigrati del 2002 (Legge n. 189/2002, cosiddetta Legge Bossi-Fini). 

Le stime econometriche indicano che le decisioni di entrata delle banche in un mercato locale del credito, misurate in termini di apertura di nuovi sportelli, sono influenzate dalla diffusione del lavoro irregolare. Una diminuzione del tasso di occupazione irregolare di un punto percentuale si tradurrebbe in media in circa tre nuovi sportelli per provincia.

Pubblicato nel 2012 in: Economia Marche, Review of Regional Studies, v. 31, 1, pp. 1-29