N. 459 - Differenze internazionali nella diffusione del lavoro autonomo: il ruolo delle istituzioni

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di Roberto Torrini dicembre 2002

L’incidenza del lavoro autonomo (imprenditori, lavoratori in conto proprio, coadiuvanti) sul totale dell’occupazione mostra un’elevata variabilità tra i paesi dell’OCSE. Escludendo il settore agricolo, in alcuni paesi la quota del lavoro autonomo risulta inferiore all’8 per cento, mentre in altri, tra i quali l’Italia, giunge a circa il 30. Questo studio cerca di offrire una spiegazione di quelle differenze, concentrando l’attenzione sul possibile ruolo svolto da fattori istituzionali.

In via preliminare si mostra come esse non dipendano dalla diversa composizione settoriale e come vi sia una relazione negativa tra quota del lavoro autonomo e capitale per lavoratore, a sua volta positivamente correlato al PIL pro capite del paese.

Nello studio si considerano i seguenti fattori istituzionali: l’ampiezza del settore pubblico, il prelievo fiscale e contributivo, l’indicatore dell’OCSE sulle restrizioni ai licenziamenti e quello sul livello di regolamentazione del mercato dei prodotti. Si considera infine il Corruption Perception Index, un indicatore elaborato da Transparency International che misura il livello di corruzione in un paese come percepito da operatori economici e cittadini. Questa variabile è utilizzata come indicatore del livello di tolleranza nei confronti di comportamenti irregolari, quali, per esempio, l'evasione fiscale.

Un esteso settore pubblico dovrebbe limitare la diffusione del lavoro indipendente, riducendo gli spazi per attività professionali. La regolamentazione del mercato dei prodotti, se diretta a mantenere strutture dell’offerta frammentate, come ad esempio una distribuzione commerciale di tipo tradizionale, potrebbe, invece, favorire il lavoro autonomo. Le restrizioni ai licenziamenti dovrebbero indurre le imprese a ricorrere maggiormente a collaboratori esterni a scapito del lavoro dipendente. Un prelievo fiscale e contributivo elevato potrebbe stimolare la creazione di attività indipendenti nei paesi con più deboli tradizioni di legalità, dove esse consentono con maggior facilità l’evasione degli obblighi impositivi, anche a beneficio delle imprese che si avvalgono dei loro servizi.

I risultati empirici risultano nel complesso coerenti con tali ipotesi teoriche. L’analisi, condotta su dati longitudinali riferiti a 25 paesi e 6 settori, mostra una relazione negativa tra lavoro autonomo ed estensione del settore pubblico e una relazione positiva con il grado di regolamentazione del mercato dei prodotti. Nell’analisi multivariata, l’indicatore dell’OCSE sulle restrizioni ai licenziamenti non risulta invece significativo, anche per la collinearità con gli altri regressori. L’aliquota fiscale e contributiva risulta positivamente correlata con la quota del lavoro autonomo nei soli paesi per i quali il Corruption Perception Index è superiore alla media.

L’analisi panel su dati aggregati per il periodo 1979-2000 conferma la correlazione negativa tra dimensioni della pubblica amministrazione e quota del lavoro autonomo e il ruolo differenziato della tassazione a seconda del grado di legalità del paese. Nei paesi in cui l’indicatore di corruzione è superiore alla media, un incremento della tassazione risulta avere un impatto positivo, anche se modesto. Nei paesi in cui è maggiore il rispetto della legalità, la tassazione sembra al contrario scoraggiare le attività indipendenti.

Questo insieme di risultati sembra utile per interpretare il caso dell’Italia, dove il lavoro autonomo era pari, nella media del triennio 1998-2000, al 26,4 per cento dell’occupazione non agricola (contro il 15 dell’Unione europea). L’Italia è infatti caratterizzata da un elevato valore dell’indicatore di regolamentazione del mercato dei prodotti, da elevate aliquote impositive e da un alto valore del Corruption perception index. Tali elementi distintivi, insieme all’estensione dell’economia irregolare, sembrano indicare come in Italia parte della elevata quota del lavoro autonomo possa dipendere dalle maggiori opportunità che esso offre di aggirare gli obblighi impositivi e contributivi, anche a vantaggio di chi ne utilizza i servizi. La regolamentazione potrebbe, inoltre, aver favorito in alcuni settori il permanere di un’organizzazione frammentata dell’offerta.

Pubblicato nel 2005 in: Labour Economics, V. 12, 5, pp. 661-683